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Maiscoltura
04.02.2026 - 10:31
Alla giornata del mais di Bergamo analisi di un comparto trainante ma in difficoltà
Bergamo, in scena la “Giornata del mais”. Un classico annuale organizzato dalla loca sede del Crea in cui si fa il punto sulla coltura, i suoi problemi e le sue prospettive. Il contesto generale lo ha spiegato bene Maria Chiara Zaganelli, direttrice generale del Crea da un anno: “Abbiamo davanti sfide complesse da portare avanti in collaborazione con gli stake holders. Siamo sempre più dipendenti in un mondo globalizzato complicato, inoltre il cambiamento climatico incombe su produzione e redditività delle imprese agricole. Per cui il nostro lavoro di ricerca è importante ma deve essere finanziato adeguatamente, anche se non è facile trovare risorse adeguate; il Masaf è sensibile ai problemi della maiscoltura. Vogliamo essere sempre più presenti sulla ricerca e a fianco dei produttori”.
A seguire il consueto intervento da parte di Dario Frisio dell’Università di Milano con l’aggiornamento annuale del quadro di riferimento economico del mais. “Nonostante un leggero miglioramento delle rese, nel 2025 salite a 102 q.li/ha, il più 2,5% rispetto all’anno prima, la produzione maidicola nazionale è ancora ai minimi storici, sotto la soglia dei sei milioni di tonnellate quindi meno del 50% rispetto al nostro fabbisogno. Nell’ultimo decennio si sono persi 250mila ha, pari al 39%. Piemonte e Lombardia hanno reagito bene con una produzione media di 118 q.li/ha. Invece molto male il Friuli, un tempo terra vocata, con rese di 54 q.li/ha. L’anno scorso sono state confermate le previsioni con l’import a più di sette milioni di tonnellate, record storico ed un tasso di auto approvvigionamento di solo il 41%, minimo storico”.
In Europa l’areale di coltivazione del mais si sta spostando sempre più verso est, con una forte accelerazione in Polonia che negli ultimi dieci anni ha aumentato le superficie di oltre 800mila ha con rese unitarie sui 75 q.li/ha ma in crescita. In Europa, la Spagna ha raggiunto i 130 qli/ha, il centro Europa da 99 a 110 q.li/ha e l’area danubiana sui 60-70 q.li ha; l’Ucraina, uno dei maggiori esportatori verso l’Ue, sui 75. A proposito dell’Ucraina da segnalare che è una grande rifornitrice anche della Cina che in quel paese ha preso in affitto milioni di ettari.
“A livello mondiale, ha riferito Frisio, si è avuto un nuovo record nei consumi con 1,3 miliardi di tonnellate con la domanda che continua ad essere guidata da Usa, Cina e Messico con due fenomeni da segnalare: produzione in aumento negli Usa e riduzione degli stock in Cina. Nella Unione europea il bilancio del mais continua a segnare una fase regressiva con un forte aumento dell’import.”
Infine, i prezzi medi del 2025 che in Europa si sono aggirati intorno ai 220 euro/t. In Italia, a Milano, il prodotto “con caratteristiche” è riuscito a spuntare circa 7 euro/t in più.
Considerazioni finali di Friso:”La Pac ha messo in crisi la maiscoltura europea che è alla base delle produzioni zootecniche. In Italia spendiamo circa 2,5-3 miliardi di euro per importare mais, pari al 90% del valore dell’export delle produzioni zootecniche. I prezzi reali dell’urea sono cresciuti più di quelli del mais negli ultimi vent’anni. Dai paesi del Mercosur arrivano nella Ue già 75 milioni di tonnellate di mais, perlopiù da Uruguay e Brasile. Per il futuro dobbiamo guardare alle Tea e alle reti di impresa”.
Poi, in un paio di interventi, si è fatto il punto della situazione sulle questioni sanitarie. Su tutte le micotossine. Sabrina Locatelli del Crea di Bergamo che ha riassunto, in questa chiave, la scorsa annata maidicola con le influenze climatiche sul loro sviluppo. “Stress idrico e irrigazioni favoriscono lo sviluppo dei funghi, la situazione è in via di peggioramento. Appello alla filiera per fornire dati che ci consentano di monitorare il settore”.
Quindi Paola Battilani dell’Università di Piacenza sul tema della prevenzione della contaminazione attraverso il biocontrollo. “Siamo su questo tema dal 2003 con l’obiettivo di sostituire i funghi che producono aflatossine con quelli che non le producono. Dal lavoro di ricerca è stato sviluppato un prodotto commerciale, AF- X1, che di fatto è un sorgo trattato da usare prima della fioritura. Risultati, mais analizzato: 1,4 milioni di tonnellate, campi trattati con AF-X1 circa il 16%. Riduzione media di aflatossine: 94%. Agisce attivando una competizione tra funghi della stessa specie. Lo storico dei trattamenti ci dice che sono stati trattati nel 2025 circa 11.000 ettari. Il prodotto non è ancora registrato e quindi si può usare solo per il mais zootecnico. La disponibilità del prodotto è il fattore limitante perché necessita dell’autorizzazione ogni anno da parte del ministero; altro fattore limitante è certamente il suo costo. Bisognerebbe approfondire questi temi per favorirne la diffusione; per il 2026 AF – X1 è a disposizione senza particolari vincoli, e bisognerebbe ragionare del suo impiego in ottica di comprensorio e di ottimizzazione dell’impiego con l’eventuale uso dei mezzi arei. Le dosi di impiego ottimali richiedono circa 25 kg/ettaro. Come ricercatori siamo disponibili a valutare forme di collaborazione per sviluppare il suo impiego”.
Pietro Zannol di Nomisma ha parlato dell’impatto economico dell’uso dell’urea per le concimazioni del mais partendo dall’evoluzione della normativa ambientale e citando la direttiva europea sulla qualità dell’aria e delle limitazioni al suo impiego entro il 2050. Secco il suo giudizio: “L’urea è molto efficiente perché ha un elevato contenuto di azoto. Le concimazioni azotate sono fondamentali, senza si perde tra il 40 ed il 60% del valore della produzione. Pertanto, occorre valutare soluzioni alternative di carattere agronomico o di sostituzione con altre molecole. Ma anche lavorare sul quadro normativo per miglioralo tenendo conto di costi e redditi delle imprese ma anche in termine di filiera. Che in Italia è molto rilevante. Basti pensare alle Dop”.
Sullo stesso tema della concimazione è intervenuto Marco Acutis dell’Università di Milano introducendo la variante del digestato e la separazione liquidi/solidi. “Ma per avere buoni risultati è necessario operare bene dal punto di vista agronomico e della tecnica della distribuzione con l’ausilio di attrezzature non banali. Ma anche operare su comprensori spostando l’azoto da aree con surplus zootecnico ad aree dove c’è necessità azoto, ad esempio dove c’è molta cerealicoltura. In un’area come quella cremonese si potrebbero avere grosse compensazioni”.
In sede di dibattito Tommaso Maggiore dell’Università di Milano ha sposato quest’ultima tesi, agricoltura di comprensorio, che è un suo vecchio pallino, citando a sostegno anche quanto detto dalla Battilani per il controllo territoriale delle micotossine.
Per quanto riguarda invece le limitazioni all’uso dell’urea Dario Frisio ha sostenuto la tesi di favorire i cambiamenti con incentivi e non con obblighi e relative penalizzazioni. Vecchia tesi di Confagricoltura.
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