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Suinicoltura, rimane alta l'attenzione sulle linee genetiche dei prodotti Dop
27/10/2021

Suinicoltura, rimane alta l'attenzione sulle linee genetiche dei prodotti Dop

Mentre, dopo una serie di polemiche infinite relative alla attività della Cun suini e alla proposta di modifica del suo regolamen­to, peraltro l’ennesima, le quota­zioni dei suini grassi sembrano stabilizzarsi intorno a 1,4 – 1,45 euro al chilogrammo, rimane ancora molto accesa e viva la questione delle linee genetiche utilizzabili nella produzione dei prodotti Dop, su tutti i due pro­sciutti ma non solo: la loro lista ne comprende 31.

Indicazioni che sono contenu­te nel decreto del 5 dicembre 2019 emanato proprio per chia­rire i tipi genetici utilizzabili, ol­tre alle razze iscritte al Libro ge­nealogico italiano, e che è stato adottato dopo la brutta storia del 2017 quando venne denun­ciato l’utilizzo di soggetti non autorizzati alla riproduzione per ottenere cosce da destina­re alla produzione di prosciutti rientranti nel circuito del Pro­sciutto di Parma e San Daniele. Da quel momento il Mipaaf, per cercare di fare chiarezza, ha prodotto alcuni decreti con cui si andava a regolamentare il settore. In particolare, con il decreto del 5 dicembre 2019 venivano chiariti i “tipi genetici” delle razze ammesse alla ripro­duzione per potere entrare nei circuiti tutelati.

Tale decreto è stato poi ag­giornato con uno analogo del 10/06/2021 con cui, con lo sco­po di intensificare i controlli, veniva creata una “lista positi­va” dei tipi genetici ammessi al circuito tutelato. In tale lasso di tempo, dal 2019 ad oggi, veni­va incarica il Crea, organismo tecnico vigilato dal Ministero delle Politiche agricole e delle verifiche di conformità presso le case genetiche. In virtù delle quali sono state segnalate situa­zioni di “non conformità” pres­so alcune tra le più note società attive nel settore della genetica suina che stanno cercando di interloquire con le istituzioni per chiarire la loro posizione.

I consorzi di tutela sembrano minimizzare il problema soste­nendo che riguarderebbe una netta minoranza dei soggetti adibiti alla riproduzione, ma il problema riguarda soprattutto le scrofe. E in particolare quel­le prodotte in azienda, che un tempo non era necessario re­gistrare. La questione è spinosa visto che dietro di essa vi sono grossi interessi economici e di difficile soluzione. Anche per­ché, chi la dovrebbe risolvere, oltre al Mipaaf sono il Crea ed Anas, ma quest’ultimo in parti­colare, ha interessi confliggenti dal momento che è parte in causa come ente selezionatore. Su questi temi Confagricoltura ha chiesto ufficialmente l’inter­vento del Ministero delle Poli­tiche agricole e forestali per un chiarimento definitivo a tutela di tutti gli attori della filiera.